CASO CLINICO DI TRAUMA INFANTILE STORIA DI BEPPE
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CASO CLINICO DI TRAUMA INFANTILE STORIA DI BEPPE

CASO CLINICO DI TRAUMA INFANTILE STORIA DI BEPPE

Beppe è un’uomo di 71 anni . Arriva da me  su spinta dei figli, uno dei quali mi aveva fatto una telefonata preventiva  raccontandomi la sua preoccupazione. Dopo il pensionamento le sue condizioni psico-fisiche  sono andate  deteriorandosi il padre  è sempre più cupo  e chiuso in  se stesso. Passa  sempre più  tempo in casa,  a volte sembra assente, con lo sguardo  perso nel vuoto. Il figlio non si capacita del fatto che, ad esempio,  il padre non goda  nell’  accompagnare  la  nipotina  più piccola all’asilo. Lo fa sì ma come per obbligo e senza slancio.    Ha una serie di  disturbi fisici ai quali non corrisponde  una diagnosi medica. A volte è irascibile con la moglie. Il medico di base ha consigliato  una visita psichiatrica  ma lui preferisce   sentire prima  il parere di uno psicologo e lo stesso padre non vuole prendere psicofarmaci.   

Mi trovo davanti un uomo più arzillo e loquace  di come me l’ero  figurato. “Non so cosa dirle…loro insistono tanto…dicono che  non capiscono perché sia sempre triste…per me è normale ..sono vecchio” . Potrebbe  sembrare una semplice crisi  esistenziale conseguente  al cambiamento di vita post pensionamento ma non è così.   Mi racconta di aver iniziato a lavorare molto giovane come apprendista,  di avere lavorato sodo anche il sabato e la domenica e  di avere poi avviato un’azienda artigianale in proprio, azienda  che oggi viene portata avanti da uno dei figli. Ma  non  è il lavoro che gli manca,  ha scelto lui di   ritirarsi  perché  da alcuni anni di sentiva stanco “ma non nel corpo…sono stanco nella testa …ho tante cose che mi pesano…a volte  sento che mi rimbombano dentro”.

Passiamo in rassegna la sua vita presente e non emergono problemi degni di nota sia in famiglia che  che nelle relazioni  sociali. Moglie, figli e nipoti sono presenti ed affettuosi e gode di una buona rete parentale ed amicale Da quando ha lasciato il lavoro è diventato volontario della Croce Verde anche se è poco presente a causa dei suoi “disturbi”.  Nei giorni migliori riesce a vincere la pigrizia ed uscire in bicicletta.  Quando torna però si sente sprofondare  ancora di più nella malinconia.

Si arrabbia con se stesso perché non capisce il motivo dei suoi sbalzi d’umore improvvisi, della voglia di non alzarsi più dal letto, della mancanza  di interesse per la vita. Si dice  “non mi manca niente…ho avuto tutto dalla vita…potrei godermi la vecchiaia senza preoccupazioni di alcun tipo invece…” . Si chiede “sto forse diventando pazzo??”.

Quando gli chiedo di raccontarmi la sua storia   è perplesso ed imbarazzato. Risponde “ Cosa devo dire…ho  avuto un’infanzia felice, normale, come tutti gli altri bambini” . Quando chiedo degli esempi  è molto vago…si ricorda la sua Prima Comunione…una volta che giocando al pallone in cortile   è caduto  ed è finito contro un vetro… Aveva circa 10 anni sulla sua vita precedente   c’è il buio assoluto.  La famiglia si era trasferita “dal Veneto”  quando lui aveva 5 anni ma  “ero troppo piccolo per ricordare”  taglia corto. “So solo che i miei genitori   si sono dati da fare e sono riusciti ad  inserirsi  in Brianza trovando subito casa e lavoro”. Poi aggiunge “i miei parlavano poco …non mi hanno mai  detto niente di quando stavano al paese..so che avevano una fattoria e che facevano i contadini.. al paese  non mi hanno mai portato..”.

Improvvisamente la sua espressione muta, si agita,   si rabbuia, la voce cambia, manifesta un leggero tremolio in tutto il corpo. “Vede?! Mi succede sempre così …sto parlando tranquillamente e senza motivo mi arriva l’onda nera…sto male…il cuore mi batte ..come se dovesse succedermi qualcosa di brutto”.

Intuendo  che questa  reazione non è casuale  gli propongo  di lavorare sulla visualizzazione della  sua prima infanzia per capire cosa c’è in quel black out di 10 anni di vita. Accetta.

Nella seduta successiva Beppe appare un po’ scosso. Mi dice che durante la settimana si è ricordato che  la sua famiglia non era immigrata  da un generico Veneto,  bensì da…, un paese in provincia di Rovigo  in seguito alla grande inondazione che nel 1952 colpì il Polesine spazzando  via persone, case e cose.  Mentre ribadisce come un mantra “però non ricordo niente ero troppo piccolo” cominciano ad affiorare dei flash back. Poi arrivano  frammenti di memoria e come i pezzi di un puzzle affiorano  ricordi  sempre più nitidi.       Si sente come “precipitato in un altro mondo”  pieno di paura, terrore, morte. Descrive  con gli occhi sbarrati  immagini che sembrano scorrere in quel preciso istante sotto i suoi occhi che sono  diventati quelli del bambino di 5 anni. Vede la stalla portata via dalla piena insieme alle mucche, il  suo  cane Lessy  in bilico su un tronco trascinato dalla corrente    che lo guarda  con occhi strazianti.    Poi arriva la scena regina: il nonno che issa sul tetto la nonna ed il fratello maggiore   ma poi tutti  vengono travolti dall’onda.  Lui  in salvo in braccio  alla mamma assiste impotente alla scena .

Beppe ascolta se stesso  narrare ed è sbalordito: queste immagini sono sempre state dentro di lui ma solo adesso riesce a vederle  o meglio a guardarle.   In casa sua non si era mai parlato della tragedia, come se tra i genitori ci fosse   un tacito patto  che  solo seppellendone la memoria  avrebbero potuto superare il trauma. Di fronte a questo veto, al piccolo  Beppe non restava che  “cancellare” quelle immagini terrificanti dissociandole da se stesso.   

Solo adesso comincia a realizzare  che  le aveva solo rimosse dalla coscienza consapevole per tutti questi anni.  Capisce  che i  ricordi rimossi erano  comunque dentro di lui e che in qualche modo si sono sempre fatti sentire. .

Beppe se ne rende conto ripensando a tutta la sua vita solo in apparenza “normale”.

Realizza che lavorare quattordici ore al giorno gli serviva per stordirsi e per non  sentire emozioni dolorose:  senso di pericolo incombente, sensazioni di paura e di angoscia immotivate,  continuo stato di allarme. La fatica lo aiutava a coprire i sensi di colpa per essere sopravvissuto.  Il tempo non ha mitigato il ricordo implicito. Ora  come allora basta poco perché  Beppe si trovi immerso   in emozioni  che lo precipitano in un clima di paura. Ad esempio   una brutta notizia in televisione,  il temporale, le previsioni meteorologiche scatenano in lui la sensazione di un pericolo sconosciuto quanto  imminente . Solo adesso comincia ad intuire  perché, ad esempio,  ha sempre  avuto terrore dell’acqua e non ha mai imparato a nuotare.

Perchè non è mai  riuscito a  guardare un fiume scorrere placidamente senza sentire una morsa allo stomaco. Perchè negli anni ha sofferto di diverse   paure e fobie , come prendere il treno e l’aereo.

Solo ora   l’espressione tragica  che ha sempre visto stampata  sul viso della mamma ed i  suoi momenti di indifferenza verso di lui,   cominciano ad avere una spiegazione . Beppe prova sollievo nel constatare che  non era lui la causa  della sua infelicità.

Spiego   che questo evento vissuto nella  sua prima infanzia, sia  per la sua tragicità che per il lungo oblio  nel quale è stato avvolto, è un trauma mai digerito e che quindi  continua ad  interferire   sulla sua vita emotiva, anche se fino a ieri  in modo silente.  E’ quindi necessario procedere all’elaborazione degli episodi  ad esso collegati.

Scegliamo i traumi  più significativi: a  cominciare dai tragici momenti   dell’alluvione, la morte del fratello e dei nonni, la  fuga  dalla devastazione e l’abbandono della casa. Poi   episodi degli anni successivi in cui Beppe ha  cercato con tutte le forze di  rompere,   senza mai riuscirci, il muro di mutismo  costruito dai famigliari. Episodi emblematici della  loro incapacità  a dare voce alle angosce  del figlio ed a condividere il comune dolore.  Oppure episodi   in cui veniva  schernito  dai compagni  per le sue paure e per la sua timidezza “mi sono sempre sentito un bambino diverso ma non sapevo perchè”.

Mettere insieme questi pezzi di memoria e trasformarli in una narrazione dalla quale estrapolare i ricordi traumatici ha richiesto tempo ed impegno,  ancora di  più l’elaborazione di ferite antiche ma ancora sanguinanti.  Ma  i risultati stanno già arrivando.  Beppe si sente finalmente  libero da un  peso invisibile ma enorme. La sua vita sta cominciando a cambiare  ed anche i disturbi psicosomatici si stanno riducendo.

La psicoterapia è a buon punto e sono ottimista sul fatto che   sarà una storia a lieto fine.

Per l’elaborazione dei traumi di Beppe sto utilizzando, tra l’altro,  il metodo EMDR (Eye Movement Desensitation and Reprocessing) .