Dipendenza da lavoro: Lavoro dunque sono | Psicologa Monza
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Dipendenza da lavoro: Lavoro dunque sono

lavoro dunque sono

Dipendenza da lavoro: Lavoro dunque sono

Indipendentemente dal fatto che tu svolga  un’attività  manuale o intellettuale, di alto o di basso profilo,  il lavoro  occupa  uno spazio abnorme nella tua vita? La tua giornata lavorativa non ha orari?  Ti capita di lavorare  anche dopo cena e durante i week end? Ricevi e fai mail  e telefonate di lavoro 24 ore su 24? Anche se sei in ferie, in permesso  o  in malattia, non puoi fare a meno di comunicare con clienti, colleghi o collaboratori?    Sei il tipo di persona che non riesce a godersi pienamente un momento libero  perché si sta divertendo anziché lavorare?  Se la risposta è sì,  anche tu fai parte della folta schiera dei “laboro ergo sum” , cioè lavoro quindi sono.

Lavoro sano  e lavoro malato

Il  lavoro è e deve essere centrale nella vita delle persone in quanto  ha   un impatto determinante  sul benessere generale dell’individuo e della sua famiglia. Non solo per ragioni economiche ma anche e soprattutto perché  alimenta la propria autostima e permette di mantenere uno status adeguato alla società in cui viviamo ed al posto che occupiamo o che vorremmo occupare .

Ci sono però persone che vanno oltre il sano senso di responsabilità e non riescono mai a staccare completamente dal loro lavoro, neanche quando sono in vacanza dall’altra parte del mondo. Questo crea stress  per cui si cerca sempre di essere presenti nonostante l’assenza fisica, leggendo le mail, telefonando pressantemente ai colleghi per essere informati, esercitando una forma quasi ossessiva di controllo dell’operato dei collaboratori.

Tra l’altro, rimuginare su improbabili catastrofi  che potrebbero succedere in nostra assenza non ci aiuterà certo, al  nostro rientro, a risolvere eventuali ipotetici problemi!!

Inoltre il nostro atteggiamento ipercontrollante blocca l’autonomia decisionale  dei  collaboratori. Risultato? Il  carico di lavoro ed il nostro stress aumentano generando ansia da prestazione.  Per tenere a bada l’ansia siamo spinti ad aumentare l’ipervigilanza 

su   tutto e su tutti. Poiché è umanamente impossibile tenere sempre il controllo su tutto e tutti, il livello e l’intensità dell’ansia non possono che  continuare a crescere.  Sì innesca  così un circolo vizioso da cui non è facile  uscire.  Se rimaniamo sempre connessi con il lavoro anche quando siamo a casa, in spiaggia  o al ristorante, significa che  siamo lontani  con il corpo  mentre la mente è sempre lì. Questo ci impedisce di vivere il qui ed ora e di sintonizzarci con gli altri.

Queste persone soffrono di una forma particolare di ansia:  l’ansia da separazione dal lavoro.  L’ansia da separazione dal lavoro porta a credere che l’intera macchina lavorativa possa collassare senza di noi, anche se siamo solo un piccolo ingranaggio di una sistema  complesso. Nella cultura anglosassone si parla di work addiction. Cioè  l’ossessione per  il lavoro    viene considerata alla stregua di tutte le altre dipendenze (droga, alcol, cibo, sesso, gioco d’azzardo, ecc).

Il persistere su questo fronte rischia di trasformare l’attività lavorativa in compulsione. Infatti, i  comportamenti diventano compulsivi quanto non sono finalizzati allo svolgimento di un compito  ma rispondono soprattutto alla necessità impellente ed improrogabile di soddisfare il bisogno di riconoscimento e di rassicurazione.

In altre parole,  il lavoro  diventa compulsivo quando non è più  governato dall’Io razionale ma dalle nostre emozioni, ad esempio dalla paura. Paura di perdere il controllo, di non essere all’altezza, di non fare abbastanza, di non soddisfare le  aspettative degli altri, di non raggiungere il nostro ideale di perfezione, di essere  giudicati, ecc.

Come uscire dal circolo vizioso?

Per interrompere questo circolo vizioso,  dobbiamo  innanzitutto diventarne consapevoli. Fermarci  un attimo a pensare quanto e come la troppa devozione al lavoro impatta sul rapporto  con il  partner, con la famiglia, con gli  amici . Talvolta è necessario che sia qualcun altro a farci notare quanto il nostro atteggiamento sia controproducente. Purtroppo tale  consapevolezza spesso arriva  quando, oltre  alla nostra vita, roviniamo anche quella dei nostri cari. 

Nei casi in cui  l’abnegazione  totalizzante  è un valore  aziendale e la maggioranza vi si adegua,    è più difficile percepire esattamente  la portata  del problema. Il nostro  atteggia-

mento ci appare quasi o del tutto  normale  e consono alla situazione. Ma cambiare non è impossibile. Al limite possiamo  cambiare azienda.

Il  passo successivo alla presa di coscienza è impegnarsi attivamente per mettere  in pratica strategie di distanziamento dal “lavoro quindi sono”.     Ad esempio, possiamo pensarci  impegnati in  azioni o attività  extra lavorative  che abbiano una valenza  piacevole e valorizzante su noi stessi e sulla nostra vita.  Anche cose semplici e banali, come fare la spesa, aiutare il figlio a fare i compiti, giocare con loro, fare shopping con le amiche…   Possiamo riscoprire chi eravamo prima e chi siamo  al di là del lavoro, incrementando così le nostre risorse e talenti.

Quando la buona volontà non basta

Intervenire   sul comportamento è utile ma può non essere sufficiente per operare cambiamenti duraturi. Infatti,  il nostro modo di pensare ed agire  è la manifestazione esterna  di un sistema di credenze e di schemi comportamentali interiorizzati. Sistema che  a sua volta è generato  e rinforzato  da dinamiche intrapsichiche ed interpersonali.  Queste dinamiche  preconscie o inconscie  spesso sono la manifestazione esteriore, la riedizione oppure lo  strascico di problematiche  attuali o  non completamente risolte. In genere  derivano dall’infanzia o dall’adolescenza e rispecchiano  modelli genitoriali o  famigliari disfunzionali. 

In tal caso è necessario  chiedere aiuto ad uno specialista. Lo psicologo   ci guiderà a  rivolgere l’attenzione  dentro di noi  ed  a porci delle domande. A contattare la nostra interiorità per differenziare il  nostro Sé  reale (come siamo e come ci vediamo) dal nostro Sè ideale (come pensiamo di dover essere).  A metterci in ascolto del nostro dialogo interno per coglierne i pensieri disfunzionali,   del tipo “devi essere perfetta”  “non puoi  dire di no” “sbagli sempre” cercando  di  controbilanciarli con pensieri positivi del tipo  “posso farcela” “ho fatto del mio meglio” “non ho bisogno di dimostrare il mio valore” ecc. L’obiettivo è ricomporre  un’immagine di sé più  equilibrata perché basata più sull’essere che sul  fare (lavorare) e sull’avere (riconoscimenti esterni).

Nella mia pratica clinica  incontro molti casi ove la dipendenza da lavoro risulta essere il sintomo di un malessere più  profondo.  L’identificazione   con il lavoro può essere  un’efficace  armatura  per non vedere e non mostrare le nostre parti fragili e dolenti e per proteggerci dalle emozioni, anche positive.

Ad esempio il super lavoro può coprire:  il bisogno di evadere dalla famiglia , l’evitamento dell’intimità ,  la fuga dal legame per paura dell’abbandono, l’ incapacità a svolgere il ruolo materno o paterno, a  stare in contatto con il dolore per un genitore o un figlio malato, il bisogno di  approvazione o di espiazione, ecc.  Senza contare i sensi di colpa per le conseguenze  sulla salute psichica dei figli nonché della coppia. Oppure la solitudine e i rimorsi  per aver messo la carriera al di sopra della vita privata rinunciando al grande amore. 

FISSA UN APPUNTAMENTO CON LA DOTT.SSA TROMBONI PRESSO LA SEDE DI MONZA

Coloro che desiderano un aiuto psicologico per affrontare una dipendenza da lavoro possono contattare la dott.ssa Loredana Tromboni  psicologa, psicoterapeuta, psicoanalista  a Monza e Desio . 

cell. 347 3301128    loredanatromboni1@gmail.com

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